11 aprile: ‘Crisi con la gonna’
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Aprile 8, 2011
CGIL CISL e UIL di Siena presentano “Crisi con la gonna”
LUNEDI 11 APRILE ‘11 – ore 14.30
Auditorium C.I.A. (Cassa Integrazione Assistenza) – via delle arti 4 – Siena
interverranno: Marina Piazza, sociologa, pres. di ‘Gender’, già presidente della Commissione Nazionale Parità, Simonetta Pellegrini, Assessore Amm.ne Prov.le di Siena, Anna Maria Romano, Coord. donne CGIL Toscana, Silvia Russo, Coord. donne CISL Toscana, Sandra Vannini, Coord. donne UIL Toscana e Naz.
Le lavoratrici con le loro testimonianze
(Nell’ambito del cartellone provinciale dell’8 marzo 2011 “…In un mondo sordo continuiamo a farci sentire!”)
Incidenti lavoro: CGIL e IRES, un morto su tre è giovane sotto 35 anni
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Aprile 7, 2011
| Speciale Sicurezza sul lavoro |
| Incidenti lavoro: CGIL e IRES, un morto su tre è giovane sotto 35 anni |
| Secondo un’anticipazione della ricerca IRES CGIL che si inserisce negli approfondimenti del sindacato per promuovere le ragioni dello sciopero generale del 6 maggio, i giovani hanno il tasso infortunistico più elevato. Dal 2005 al 2009, sono stati 44.478 i lavoratori sotto i 35 anni che hanno subito un danno permanente a causa di un incidente sul lavoro » Anticipazione della ricerca sulle condizioni di lavoro dei giovani |
da www.cgil.it Sfruttati e malpagati, in gran parte disoccupati e senza futuro, eppure per i giovani non è tutto. Quelli che lavorano corrono spesso gravi rischi per la loro vita e la loro salute. Secondo una ricerca condotta dall’IRES sulle condizioni di lavoro dei giovani (finanziata dal Ministero del Lavoro e a breve pubblicata dalla casa editrice Ediesse), nel corso del 2009 un infortunio sul lavoro su tre ha coinvolto un lavoratore sotto i 35 anni (secondo dati Inail ne sono stati registrati 262.233 su 790.112) così come un morto sul lavoro su tre (295 su un totale 1.050 vittime) è un giovane. Nel rapporto dell’istituto di ricerca della CGIL, che si inserisce negli approfondimenti del sindacato per promuovere le ragioni dello sciopero generale del 6 maggio, si rileva come in cinque anni, dal 2005 al 2009, sono stati 44.478 i lavoratori sotto i 35 anni che hanno subito un danno permanente a causa di un incidente sul lavoro, un’invalidità che li segnerà per il resto della loro vita. E proprio i giovani hanno il tasso infortunistico più elevato: secondo le elaborazioni IRES si registrano 5,06 infortuni ogni 100 occupati per chi ha fino a 34 anni e 3,72 infortuni ogni 100 occupati per chi ha più di 34 anni. Sono dati che forniscono una prospettiva diversa della condizione dei giovani e offrono una motivazione in più per scendere in piazza sabato 9 aprile nelle manifestazioni promosse dal comitato “Il nostro tempo è adesso – La vita non aspetta”. I giovani, infatti, “oltre a dover subire le difficoltà occupazionali e la dequalificazione all’interno dei processi produttivi, vivono anche il dramma poco rilevato delle difficili condizioni di lavoro”, si legge nel rapporto. Condizioni che hanno un impatto negativo sul loro stato di salute, comportando un malessere fisico e psicologico. Difatti, oltre a condurre un’analisi delle statistiche ufficiali, l’IRES ha intervistato mille lavoratori sotto i 35 anni, di diversa tipologia professionale e contrattuale, su tutto il territorio nazionale, tramite un questionario telefonico per far emergere il vissuto reale dei giovani al lavoro. Fatica e rischio, smascherata retorica di generazione che fugge da lavoro La ricerca dell’istituto dimostra che “la dura realtà del lavoro per i giovani è la ragione principale della loro elevata esposizione ai fattori di rischio”. Osservando il carico da lavoro dal punto di vista fisico, dalle interviste emerge che molti giovani lavorano sotto sforzo e in situazioni di rischio. “Un dato utile – denuncia l’IRES – anche per smascherare la retorica di una generazione che fugge dal lavoro di fatica”: più di un giovane lavoratore su tre solleva carichi pesanti o fa degli sforzi fisici considerevoli (35,2%) e quasi un giovane lavoratore su cinque ammette di lavorare in condizioni di effettivo pericolo (17,8%). Considerando il carico di lavoro dal punto di vista organizzativo, emerge l’elevata intensità dei ritmi di lavoro che caratterizza sia le mansioni operaie che quelle concettuali: circa due lavoratori su tre hanno un ritmo di lavoro eccessivo (60,5%); la metà del campione lavora con scadenze rigide e strette (il 48%) e non ha abbastanza tempo per svolgere il lavoro (47,5%). I risultati rilevano anche il ridotto margine di autonomia dei giovani, “nonostante un aumento dei contratti a progetto che invece promettevano di garantirlo”. Due lavoratori su tre non possono scegliere o cambiare i metodi di lavoro (64,2%) e questa costrizione è più forte, paradossalmente, per chi ha un contratto di collaborazione occasionale o a progetto (per il 65,7% di loro) piuttosto che per chi ha un tempo indeterminato (55,4%) svelando come la flessibilità favorisca più la subordinazione che l’autodeterminazione. Del resto, più della metà dei collaboratori non può nemmeno cambiare la velocità con cui svolge il lavoro (55,6%) o scegliere con una certa libertà i turni di lavoro (54,7%) e nemmeno decidere quando prendere i giorni di ferie (57%), due su tre non possono cambiare i metodi di lavoro (65,7%) e nemmeno cambiare l’ordine dei compiti assegnati (70,7%), uno su cinque non può nemmeno prendere una pausa quando ne ha bisogno (20,6%). Dunque, in molti casi, la precarietà si traduce in un vero e proprio sfruttamento. Nel complesso, un lavoratore su quattro non può prendere una pausa quando ritiene di averne bisogno (il 24,8%) e ben più di un lavoratore su tre sostiene di svolgere il lavoro che spetterebbe ad altri (il 41,7%). Considerando l’espressione delle capacità individuali, la ricerca osserva che i giovani sono scarsamente valorizzati: un lavoratore su cinque dichiara che i meriti e le competenze sono poco o per nulla considerate nel posto in cui lavora (21,2%) e solo il 14,9% sta in un posto che utilizza al meglio le sue capacità. Dentro un presente difficile per molti, anche le prospettive del futuro tendono ad essere nere: per quasi due lavoratori su tre non c’è nessuna possibilità di carriera nel posto in cui lavora (58,2%) e per molti aleggia lo spettro del licenziamento (uno su tre, il 35,4%, è preoccupato di perdere il posto di lavoro). Questione generazionale riguarda anche reali condizioni lavoro Questi risultati spingono a riflettere sulla reale situazione del mondo del lavoro giovanile. Nel rapporto si legge: “Da un lato c’è il ricatto occupazionale provocato da una disoccupazione crescente, ormai al 30%, a cui è da aggiungere la forte presenza di lavoro irregolare, un fattore rilevante se consideriamo che dei nostri intervistati il 40% dichiara di avere lavorato senza contratto almeno una volta nella vita. Dall’altro lato, quello ‘fortunato’, di chi ha un lavoro con un contratto, ci sono tanti giovani più o meno qualificati che operano spesso in condizioni di fatica e di pericolo”. Le difficili condizioni di lavoro emerse, secondo l’IRES, “si traducono in difficili condizioni di salute, tanto da provocare malesseri fisici e psicologici che caratterizzano una parte rilevante delle nuove generazioni”, osserva il rapporto mettendo in risalto che tra i molti problemi di salute rilevati si osserva che quasi un lavoratore su tre soffre di mal di schiena (30,4%) e un lavoratore su tre soffre di stress, depressione, ansia o ha problemi di insonnia (34,4%) a causa del proprio lavoro. La ricerca mostra, inoltre, che la questione generazionale non riguarda solamente il problema noto dell’accesso al lavoro ma anche l’altra faccia della medaglia: le condizioni reali nelle quali il lavoro è svolto. La sofferenza sul lavoro, si rileva, “è un elemento drammaticamente presente in molte biografie giovanili ed il lavoro è troppo spesso un vettore di sfruttamento piuttosto che uno strumento capace di favorire la tutela, l’emancipazione individuale e la promozione sociale”. Più in generale, l’analisi della condizione giovanile aiuta a comprendere non solo le specificità di una precisa classe generazionale ma anche “le tendenze generali dell’epoca contemporanea, che comportano delle nuove sfide per affermare la dignità dei lavoratori”. Per questo, conclude la ricerca IRES, “è urgente capire come costruire un modello di sviluppo efficace e coerente, che miri ad elevare la qualità complessiva dei processi di lavoro italiani, per coniugare la competitività delle aziende con il benessere dei lavoratori”. |
Argomenti: CGIL |
Lavoro: CGIL su dati INPS, segnale inequivocabile di crisi molto grave
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Aprile 6, 2011
| Lavoro: CGIL su dati INPS, segnale inequivocabile di crisi molto grave |
| A marzo aumenta la richiesta di CIG del 45,1% rispetto al mese precedente, mentre cala del 15,8% su base annua. Secondo la Confederazione se non si interviene nel 2011 “sarà battuto ogni record nel ricorso alla deroga e aumenterà la possibilità di definitiva espulsione di lavoratori dal processo produttivo” |
da www.cgil.it “Il segnale inequivocabile di una crisi ancora molto grave che colpisce duramente il lavoro”. E’ il commento del Segretario confederale della CGIL, Fulvio Fammoni, in merito ai dati sulla Cassa integrazione diffusi oggi (5 marzo) dall’INPS che registrano un forte rimbalzo per le richieste di Cassa integrazione a marzo. In questo mese, fa sapere l’INPS, le aziende italiane hanno chiesto 102,5 milioni di ore di Cassa con un aumento del 45,1% rispetto a febbraio 2011 (erano stati chiesti 70,6 milioni di ore) e un calo del 15,8% rispetto a marzo 2010 (121,8 milioni di ore chiesti). Nei primi tre mesi dell’anno, rileva ancora l’istituto nazionale di previdenza, sono state chieste e autorizzate nel complesso 233,4 milioni di ore, contro i 299,7 milioni dell’anno precedente (-22,14%). Il dirigente sindacale ricorda come, sulla base delle vertenze e degli accordi aziendali “avevamo detto che la crisi era ancora molto grave e stava ancora colpendo duramente il lavoro”. I dati di marzo delle ore di CIG autorizzate, secondo Fammoni “testimoniano esattamente questo e dovrebbero valere anche per gli ottimisti senza ragione e, soprattutto, senza concreta iniziativa contro la crisi”. Nello specifico, l’aumento delle richieste di Cassa integrazione registrato dall’INPS a marzo rispetto al mese precedente riguarda tutti e tre gli istituti della CIG: le richieste di Cassa integrazione ordinaria (CIGO) sono passate da 19,2 milioni a febbraio a 23,2 milioni a marzo (+21,1%) mentre le domande di Cassa integrazione straordinaria (CIGS) sono passate da 29,1 milioni di ore a febbraio a 42,4 milioni a marzo (+45,4%). Ancora più forte, fa notare l’INPS, è l’incremento di domande di Cassa integrazione in deroga (CIGD) che sono passate da 22,3 milioni di ore a febbraio, a 36,9 milioni a marzo (+65,2%). “Più di cento milioni di ore autorizzate a marzo, circa trenta milioni di ore in più rispetto a febbraio 2011”, rappresentano per Fammoni “un segnale inequivocabile” ma, secondo il dirigente sindacale è soprattutto il “peggioramento della qualità della CIG richiesta” che deve preoccupare: la differenza delle quantità dei primi tre mesi con l’anno precedente è solo nella CIG ordinaria, cioè spiega Fammoni “sullo strumento che dà certezze di rientro, mentre resta molto alta la straordinaria e vola la CIG in deroga”. Questo vuol dire che “se non si interviene nel 2011 sarà battuto ogni record nel ricorso alla deroga e aumenterà la possibilità di definitiva espulsione di lavoratori dal processo produttivo”. Per quanto riguarda le domande di disoccupazione, l’INPS registra nel mese di febbraio una frenata. Sono 68mila le richieste di sussidio di disoccupazione con un calo del 12,8% rispetto a febbraio 2010, mentre ancora più forte è il calo delle domande di mobilità che passano – sottolinea l’Istituto di previdenza – da quasi 9mila del febbraio 2010 a meno di 6mila dello stesso mese di quest’anno (-34,1%). Anche il dato sulla disoccupazione, avverte il dirigente sindacale, “dovrebbe essere letto oltre il puro riferimento numerico”, spiegando che al terzo anno di crisi e per la qualità delle nuove assunzioni “è sensibilmente calato il numero dei lavoratori che possono raggiungere i requisiti per richiedere la indennità di disoccupazione”. Ecco perché, fa sapere il sindacalista, oltre alle richieste già avanzate per interventi fiscali; conferma ed estensione delle tutele soprattutto ai giovani e ai precari e alle proposte per favorire lo sviluppo che, ricorda Fammoni “saranno al centro dello sciopero generale del 6 maggio”. La CGIL ha scritto, nei giorni scorsi, una lettera al Ministro del Lavoro sugli ammortizzatori in deroga dove si chiedeva, conclude Fammoni “che venisse formalmente ribadita, come previsto nell’intesa raggiunta in Conferenza unificata fra Governo e Regioni il 16 dicembre scorso, la proroga fino a giugno dell’attuale meccanismo, fino all’entrata in vigore del nuovo accordo”. |
Argomenti: CGIL |
25 aprile 2011 – 66° anniversario della Liberazione
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Aprile 4, 2011

Argomenti: CGIL |
Camusso, sciopero generale 6 maggio contro disastro economico
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Aprile 1, 2011
Argomenti: CGIL |
Tabelle paga calzature aprile 2011
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Aprile 1, 2011
Argomenti: CGIL, FILTEA, servizi, tabelle paga, Ufficio vertenze |
Tabelle paga lapidei industria aprile 2011
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Aprile 1, 2011
Argomenti: CGIL, FILLEA, servizi, tabelle paga, Ufficio vertenze |
Fisco: CGIL, da imposta grandi ricchezze possibili 18 mld
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Marzo 28, 2011
| Fisco: CGIL, da imposta grandi ricchezze possibili 18 mld |
| Speciale CGIL sul fisco, uno dei temi che sarà al centro dello Sciopero Generale del 6 maggio. Misura oltre gli 800mila euro, esentati 95% italiani |
Una tassa ordinaria sulle Grandi Ricchezze ispirata al modello francese, con una previsione di imposta mediamente dell’1,0% a carico delle famiglie con una ricchezza complessiva sopra gli 800mila euro potrebbe generare un gettito di circa 18 miliardi di euro l’anno. Una tassa che colpirebbe solo il 5% più ricco e ricchissimo della popolazione italiana e che non toccherebbe nessun altro ceto e reddito. Sarebbero infatti soggetti a tale imposta tutte le famiglie la cui ricchezza complessiva, mobiliare e immobiliare, superi gli 800mila euro l’anno al netto dei mutui e delle altre passività finanziarie. Allo stesso tempo, ne sarebbero esclusi tutti coloro che, pur essendo proprietari di una o più abitazioni, nonché depositi in conto corrente, titoli di Stato o altre obbligazioni, non raggiungano il limite indicato. E’ questa la proposta rilanciata dalla CGIL, sulla base di un apposito studio del Dipartimento Politiche economiche messo a punto in vista dello sciopero generale del 6 maggio prossimo e all’interno del suo pacchetto sulle tasse che si basa su un progetto di riforma fiscale per un fisco giusto, attraverso una vera lotta all’evasione (perché oggi l’evasione ogni anno costa 3.000 euro in più ai redditi “fissi” e, in generale, ad ogni contribuente onesto); per un fisco più leggero per le famiglie di lavoratori e pensionati che porti mediamente 100 euro in più in ogni busta paga, alleggerendo quel peso che da anni grava ingiustamente sulle spalle di queste famiglie; un fisco più pesante per i redditi alla radice degli squilibri e delle debolezze del paese: transazioni speculative, rendite e grandi ricchezze. Molto consistenti le risorse che si potrebbero ottenere annualmente solo dalla nuova tassa sulle grandi ricchezze (in Francia la chiamano la tassa sulle fortune). Dai calcoli effettuati dal Dipartimento Politiche Economiche della CGIL nazionale, le simulazioni comporterebbero un gettito potenziale, derivante dall’applicazione di un’Imposta sulle Grandi Ricchezze (IGR), di circa 18 miliardi di euro l’anno. Secondo lo studio del sindacato, infatti, se si applica un’aliquota media dell’1,0% sulla ricchezza netta totale, superiore agli 800mila euro complessivi, al netto delle detrazioni, detenuta da circa il 5% delle famiglie più ricche d’Italia, la tassa comporterebbe un gettito di 17,9 miliardi di euro annui; e con anche solo una aliquota media dello 0,55% (primo scaglione francese) sulla ricchezza netta totale, superiore agli 800mila euro complessivi, al netto delle detrazioni, detenuta da circa il 5% delle famiglie più ricche d’Italia, comporterebbe un gettito di 9,8 miliardi di euro annui. Prendendo come riferimento la definizione di ricchezza netta della Banca d’Italia, definita dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore), delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, etc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), è possibile calcolare la nuova tassa con delle simulazioni. Ecco dunque come si calcolerebbe l’IGR, l’imposta grandi ricchezze. Facciamo alcuni esempi (prendendo come realtà di riferimento le rilevazioni sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia): 1. Una famiglia di lavoratori dipendenti che – a prescindere dal reddito imponibile ai fini IRPEF – è proprietaria di una casa dove abita con un valore di 130mila euro e detiene 10.000 euro quasi tutti in depositi bancari, con solo un 10% in titoli di Stato, obbligazioni e fondi comuni di investimento, per un totale di 140.000 euro di ricchezza netta non sarebbe soggetto all’Imposta sulle Grandi ricchezze e non pagherebbe niente di più. 2. Una famiglia di pensionati che – a prescindere dal reddito imponibile ai fini IRPEF – è proprietaria di una casa dove abita con un valore di 500mila euro e detiene 250.000 euro in depositi bancari, titoli di Stato e obbligazioni, per un totale di 550.000 euro di ricchezza netta non sarebbe soggetto all’Imposta sulle Grandi ricchezze e non pagherebbe niente di più. 3. Una famiglia di lavoratori dipendenti che – a prescindere dal reddito imponibile ai fini IRPEF – è proprietaria di una casa dove abita con un valore di 450mila euro, un’altra casa con un valore di 250.000 euro ma che paga un mutuo su questa di 20 anni (per un montante di 150.000) e detiene anche 100.000 euro in depositi bancari, titoli di Stato, obbligazioni, azioni, partecipazioni, per un totale di 650.000 euro di ricchezza netta non sarebbe soggetto all’Imposta sulle Grandi ricchezze e non pagherebbe niente di più. 4. Una famiglia di imprenditori e liberi professionisti che – a prescindere dal reddito imponibile ai fini IRPEF – è proprietario di una casa dove abita con un valore di 500mila euro, un’altra casa con un valore di 300.000 euro e detiene 100.000 euro in depositi bancari, titoli di Stato e obbligazioni, azioni e fondi comuni di investimento, per un totale di 900.000 euro di ricchezza netta, pagherebbe: IGR = 900.000 x 1,0% – 8.000 euro (detrazione fissa data dalla soglia) = 1.000 euro Come appare evidente, a subire un aumento del prelievo fiscale non sarebbe il 95% delle famiglie italiane ma solo i ricchissimi e gli ultraricchi, ossia appunto solo un 5% delle famiglie italiane. La tassa sulla grandi ricchezze, oltre a creare ingenti risorse per la collettività (pari ogni anno a una finanziaria di medie dimensioni), avrebbe anche un effetto in termini di equità in un paese sempre più diseguale. Ogni indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane rileva infatti, dal 1995 ad oggi, che il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane, a fronte del 50% della popolazione (la metà più povera) che ne detiene meno del 10%. (Vedi il documento nel link). In pratica, circa 2,4 milioni di famiglie posseggono mediamente quasi 1.600.000 euro di patrimonio immobiliare e finanziario netto, a fronte di circa 12 milioni di famiglie che posseggono mediamente meno di 70.000 euro. Se si osserva anche solo una parte delle famiglie più ricche, definite “ricchissime”, la ricchezza netta del 5% più ricco d’Italia è mediamente circa 2 milioni e 300mila euro. Così come quella dell’1% |
Argomenti: CGIL |
Venerdì 6 maggio sciopero generale 8 ore
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Marzo 25, 2011
Argomenti: CGIL |
Manifestazione lavoratori pulizie scuole (ex lsu ed appalti storici)
By Ufficio Stampa CGIL Siena | Marzo 24, 2011
Si è svolto il 22 u. s., presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, l’incontro già programmato per un confronto tra MIUR stesso, Organizzazioni Sindacali e Associazioni Datoriali, per discutere procedure relative alle nuove gare e finalizzato a garantire il mantenimento dell’occupazione e del reddito delle lavoratrici e dei lavoratori del settore.
Alla riunione era previsto l’intervento della rappresentanza politica e tecnica del Ministero come da impegni sottoscritti, nel verbale del 3 marzo u.s., in quanto erano attese risposte in merito all’impegno di reperire i fondi atti ad assicurare la continuità occupazionale di tutti i lavoratori già impegnati nello svolgimento dei servizi.
La riunione si è invece svolta alla presenza della sola rappresentanza tecnica del Miur che ha confermato la piena applicazione della Direttiva 103/2010, in particolare l’entità delle risorse economiche che la stessa stabilisce per il settore e che prevedono un taglio del 50% rispetto l’ attuale finanziamento, con il rischio concreto di migliaia di licenziamenti. Tra l’altro la direttiva, non prevede distinzioni tra lavoratori ex LSU e Appalti Storici.
Il MIUR ha ribadito l’intenzione di attivare gare CONSIP per l’affidamento dei servizi, prevedendo altresì l’applicazione del CCNL Pulizie/Multiservizi e quindi anche l’art. 4 dello stesso e comunque stante l’entità attuale dei finanziamenti si determinerebbero forti riduzioni del numero degli addetti come già evidenziato.
Nelle more della predisposizione delle gare CONSIP, dopo il 30 giugno 2011, per gli appalti scaduti od in scadenza, la direttiva del Ministero se confermata come ieri hanno preannunciato, prevede, già per l’anno scolastico 2011/2012, la riconferma dell’esternalizzazione dei servizi di pulizie, ed un sistema di gara mediante la procedura del cottimo fiduciario delegata a ciascun singolo istituto scolastico.
Questa procedura e la condizione posta di far partire i nuovi appalti alla data del 01.09.2011, con l’interruzione dei rapporti di lavoro per i mesi estivi, determinerebbe di fatto l’impossibilità di applicare le garanzie previste dal CCNL e dall’articolo 4 concorrendo alla drastica riduzione degli organici e quindi al licenziamento dei lavoratori.
Le OO.SS. hanno espresso una netta opposizione all’atteggiamento assunto dal MIUR ribadendo la contrarietà all’impostazione dettata dalla direttiva 103/2010, al taglio indiscriminato delle risorse del settore ed all’utilizzo degli affidamenti attraverso il cottimo fiduciario.
Le OO.SS hanno ribadito la necessità di attivare un percorso che discuta l’ottimizzazione dei servizi a condizione della continuità degli appalti attuali, fino alla predisposizione delle definitive nuove gare, che devono garantire l’applicabilità delle clausole sociali e quindi per mantenere l’occupazione e il reddito delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti, nonchè la qualità e la sicurezza dei servizi alle scuole.
Giudicando negativo l’esito della riunione, le OO.SS. si attiveranno in un’azione pressante nei confronti della politica e delle istituzioni per ottenere risposte alle nostre richieste, a questo scopo indicono più incisive iniziative di lotta a partire dalla dichiarazione dello stato di agitazione della categoria e l’indizione di una:
MANIFESTAZIONE NAZIONALE
il 5 APRILE 2011 ore 10.00 a ROMA
con concentrazione davanti al MIUR
Viale Trastevere, 76/A
Argomenti: FILCAMS, manifestazioni, pulizie |





