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Camusso: “Lo Stato intervenga in economia anche acquistando quote”

di Ufficio Stampa CGIL Siena | Agosto 20, 2012

Lo Stato intervenga in economia anche acquistando quote

In una intervista al quotidiano l’Unità, il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, parla della crisi e delle possibili vie d’uscita a partire dal caso Ilva e dalla fine dell’epoca Marchionne. La Cassa depositi e prestiti potrebbe comprare quote di società, per poi ricollocarle sul mercato a crisi passata. Oppure finanziando direttamente progetti industriali che ci consentano di mantenere in Italia settori fondamentali

19/08/2012 da www.cgil.it

Segretario Camusso, passato il Ferragosto la tenuta dell’euro torna a traballare. È preoccupata?

 

«Paradossalmente si inseguono falchi di vario genere che sembrano non avere in mente cosa vorrebbe davvero significare la fine della moneta che regge comunque una delle più importanti economie del mondo. In alcune uscite vedo uno spirito vendicativo da parte di esponenti di nazioni che hanno prosperato anche sui debiti dei Paesi del Mediterraneo. Dal quadro comunque esce tutta la debolezza della costruzione europea: il tema vero è quello di una moneta senza Stato e governo, con una banca centrale che non ha i poteri delle banche nazionali. Questa è la vera sfida che va affrontata, il resto sono solo tentativi di via di fuga».

Voi sindacati sembra però non riusciate a farvi sentire…

«Sebbene la crisi rischi di farci tornare a linee difensive a livello di singoli Stati, abbiamo una posizione unitaria di contrarietà al Fiscal Compact a cui hanno contribuito in maniera fondamentale i sindacati di Francia e Germania. Anche senza grande effetto mediatico, la Confederazione europea sta preparando l’appuntamento del 25 settembre a Madrid dove ci ritroveremo tutti per contestare la politica rigorista e per esprimere solidarietà alla Spagna».

Monti intanto ha rilanciato il tema della Spending review dicendo di aspettarsi molto dal piano di tagli di Bondi: si parla di altri 10 miliardi…

«Contrastare gli sprechi e selezionare la spesa sarebbe un’idea giusta. Peccato che già per il primo decreto si trattava solo tagli lineari e tagli all’occupazione. Faccio notare che il taglio delle società che lavorano per Comuni ed enti locali è semplicemente un taglio di posti di lavoro che produrrà disoccupazione e recessione. Per noi spreco è quando si inventano società pubbliche solo per creare posti nei consigli di amministrazione. Un segnale che andrebbe dato per esempio è quello di pagare i manager pubblici con titoli di Stato».

La ministra Fornero invece parla di «dignità del lavoro» e «autunno caldo». Un colpo di sole o sta cambiandoqualcosa?

«Io mi auguro che invece siano parole figlie di una riflessione sul fatto che il più grande problema del Paese è il lavoro che non c’è e come questo si coniughi con i diritti delle persone. Ma ci vuole coerenza tra dichiarazioni e fatti e finora non c’è stata. Per settembre la preoccupazione è altissima, vediamo incombere gravissimi problemi anche tra le piccole imprese e le conseguenze che anche i provvedimenti sbagliati presi nella riforma del lavoro sulla riduzione degli ammortizzatori sociali peggioreranno la situazione. Le scelte del governo sono state solo politiche di rigore e non di sviluppo. Ci continuano a raccontare che il decreto Sviluppo e le riforme strutturali daranno risultati negli anni prossimi e invece qua stiamo affondando di mese inmese. Servono provvedimenti qui e ora per difendere quel poco di lavoro che è rimasto e ricominciare a redistribuire reddito, che è l’unica strada per lo sviluppo».

Dunque voi chiedete un cambio di rotta deciso e provvedimenti immediati?

«Ci si deve dire con onestà che Paese vogliamo essere. Siamo sempre la seconda economia industriale in Europa: vogliamo rimanerlo? Se sì serve salvaguardare il nostro patrimonio industriale. E, visto che per la crisi investimenti esteri non ce ne sono e molti imprenditori italiani stanno scappando dal Paese, io credo che sia meglio decidere che sia direttamente lo Stato ad investire».

Uno Stato interventista che nazionalizza aziende private? Ma con quali fondi?

«Ad esempio attraverso la Cassa depositi e prestiti per comprare quote di società, per poi ricollocarle sul mercato a crisi passata. Oppure finanziando direttamente progetti industriali che ci consentano di mantenere in Italia settori fondamentali».

Sta pensando anche alla Fiat?

«Noto che la stagione di innamoramento collettivo per il suo amministratore delegato sembra al tramonto. Per decenni la politica ha difeso la Fiat come unico produttore possibile di auto in Italia. L’Ad ha salvato la Chrysler grazie ai fondi di Obama, ma non ha certamente salvato la Fiat. È ora di rompere quest’idea e di creare le condizioni per cui ci siano altri produttori in Italia».

Ecco, lei crede che tutte queste riforme si possano approvare entro fine legislatura? Il governo è abbastanza forte o sarebbe meglio andare a votare per creare subito le condizioni per una svolta?

«Credo che un governo tecnico in quanto tale abbia sempre dei problemi di durata anche a causa della maggioranza composita che lo sostiene. Basta vedere le difficoltà che incontra su un tema importantissimo come la legge sulla corruzione, dove una parte significativa della maggioranza si mette di traverso. Quindi o si riescono in tempi brevissimi a superare questi ostacoli o c’è il pericolo di non riuscire a fare quelle scelte importanti di cui abbiamo bisogno. In questo caso penso sia meglio non approfondire la recessione del Paese e andare subito al voto»

Il governo intanto ha rispolverato l’espressione politica industriale per l’IIva. La responsabilità della situazione è più della politica o dell’azienda?

«Il governo è intervenuto facendo una cosa giusta e necessaria, impegnandosi per la bonifica. L’azienda invece è ancora troppo reticente sugli investimenti, sia sul piano della quantità che della qualità. Noi abbiamo chiesto di aprire una vera e propria vertenza con la nuova dirigenza per definire in maniera precisa gli interventi necessari e la loro entità. Sapendo che manipoliamo una vicenda molto intricata e delicata, è però reale il rischio di bloccarsi in una contrapposizione tra lavoro e salute che rischia di far passare l’idea nefasta che ogni produzione è negativa e mette a repentaglio l’ambiente».

 

 

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